Vent’anni di storia e dieci di attesa: fa il suo grande ritorno Lo Schiaccianoci di Mario Piazza, tra reale e virtuale
Come ogni Natale che si rispetti, quest’anno torna la magia de Lo Schiaccianoci prodotto dal Balletto di Roma. Dopo Vent’anni di storia, dieci di attesa e un grande ritorno: la celebre visione di Mario Piazza si svela al pubblico in una veste del tutto nuova. Assente dal 2016, l’opera festeggia i due decenni dal debutto del 2006 con un allestimento inedito ed entusiasmante, pronto a incantare la scena.
Con la partecipazione straordinaria di Tommaso Stanzani nel ruolo di Drosselmeyer, Akira Thornton nel ruolo di Clara, Alessio Di Traglia nel ruolo di Fritz/principe e le scene e i costumi di Giuseppina Maurizi, questa versione intreccia il mondo fiabesco con l’immaginario tecnologico contemporaneo, arricchita dai contenuti su media digitali e Intelligenza Artificiale a cura di Alberto Sanseverino.
Un nuovo allestimento che fonde il repertorio classico con i linguaggi visivi contemporanei, restituendo a Lo Schiaccianoci del Balletto di Roma la sua dimensione più profonda: il percorso di crescita nell’adolescenza. Dalla televisione dell’edizione 2006, Clara entra oggi in un immaginario tecnologico sospeso tra realtà e virtualità. Grazie al lavoro dell’AI Visual Designer Alberto Sanseverino, la scena diventa uno spazio ibrido che esplora il rapporto tra adolescenza e media digitali, risorse creative.
Un’esperienza imperdibile da vivere a Natale con tutta la famiglia. La Compagnia del Balletto di Roma vi dà appuntamento in teatro per la Prima Nazionale il 28, 29 e 30 novembre al Teatro Vittorio Emanuele di Messina,diretta dal Maestro Giuseppe Ratti il 28, 29 e 30. Il tour arriverà a Roma al Teatro Olimpico dal 17 al 20 dicembre, poi doppia recita il 23 al Teatro Ebe Stignani di Imola, il 27 dicembre al Teatro Lea Padovani di Montalto di Castro (VT) e il 1° gennaio 2027 al Teatro Comunale di Vicenza.
Un nuovo Schiaccianoci: le interviste a Mario Piazza e Francesca Magnini tra fiaba e intelligenza artificiale
In vista della Prima nazionale de Lo Schiaccianoci del Balletto di Roma, in programma il 28, 29 e 30 novembre al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, il coreografo Mario Piazza e la Direttrice Artistica della Compagnia, Francesca Magnini, raccontano le prospettive del ritorno, tra continuità con la visione originaria e nuove possibilità espressive, dal debutto nel 2006 al ritorno in scena oggi con un nuovo allestimento.
A vent’anni dalla sua creazione e dopo dieci anni di assenza dalle scene, lo spettacolo si rinnova attraverso una rilettura che intreccia il linguaggio della fiaba con le trasformazioni della contemporaneità, tra cui l’utilizzo l’Intelligenza Artificiale e i media digitali. Nel nuovo allestimento Clara si muove in un immaginario tecnologico in cui realtà e virtualità si fondono, grazie al lavoro dell’AI Visual Designer Alberto Sanseverino.
La produzione vede la partecipazione straordinaria di Tommaso Stanzani nel ruolo di Drosselmeyer, Akira Thornton nel ruolo di Clara e Alessio Di Traglia nel doppio ruolo di Fritz e del Principe. La drammaturgia è firmata da Riccardo Reim, le scene e i costumi da Giuseppina Maurizi, mentre Alberto Sanseverino cura i contenuti dedicati ai media digitali e all’Intelligenza Artificiale.
Dopo la Prima nazionale a Messina, con l’Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele di Messina diretta dal Maestro Giuseppe Ratti, Lo Schiaccianoci proseguirà il suo percorso con le date del 17–20 dicembre al Teatro Olimpico di Roma, del 23 dicembre al Teatro Ebe Stignani di Imola, del 27 dicembre al Teatro Lea Padovani di Montalto di Castro e del 1° gennaio 2027 al Teatro Comunale di Vicenza.
Di seguito, le parole di Mario Piazza:
A vent’anni dal debutto, un nuovo allestimento de Lo Schiaccianoci al Balletto di Roma in una veste completamente rinnovata. Come si sono evolute le coreografie in questo nuovo allestimento per dialogare con la presenza sul palco dell’intelligenza artificiale?
Non è stato un semplice aggiornamento, ma un ripensamento della struttura compositiva e drammaturgica. Nel 2006, con Riccardo Reim, volevamo avvicinare la fiaba di Tchajkovskij al mondo dei giovani; oggi quel mondo è trasformato dai social, dalle immagini digitali e dall’intelligenza artificiale. Ho lavorato sulle relazioni tra corpi, spazio, musica e immagini, perché la tecnologia non sia una decorazione, ma parte della narrazione drammaturgica capace di non essere semplicemente narrazione mimica usata nella tradizione per far comprendere il balletto. Resta però una convinzione fondamentale: la tecnologia può amplificare l’immaginazione, ma non sostituire la vulnerabilità, il respiro e la verità del gesto umano attraverso la coreografia.
Un nuovo allestimento de Lo Schiaccianoci dopo dieci anni di assenza: qual è l’emozione nel riprendere questo lavoro con la Compagnia del Balletto di Roma e cosa trova di nuovo il pubblico di oggi rispetto alla versione del 2006?
Riprendere questo lavoro significa ritrovare una parte importante del mio percorso e misurarmi con il tempo trascorso. Una coreografia non è mai definitiva: vive attraverso i corpi che la interpretano e cambia insieme alla società. Con il Balletto di Roma non abbiamo ricostruito soltanto passi e sequenze, ma ritrovato le motivazioni dei personaggi e il nuovo senso della drammaturgia. Il pubblico incontrerà la forza musicale e fiabesca del balletto, insieme alle inquietudini del presente: per Clara, il confine tra realtà e mondo virtuale è sempre più fragile. Anche Drosselmeyer non è soltanto il mago che introduce la meraviglia: apre possibilità, ma mette in discussione le certezze. Per me la tradizione è una radice viva, non qualcosa da conservare immobile.
Nella sua rilettura, la fiaba di Čajkovskij incontra un mondo dominato dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale. Come si traduce questo incontro nel linguaggio del corpo e nel movimento?
Il punto di partenza è sempre il corpo, luogo del pensiero, della percezione e della relazione. Nella mia metodologia parlo di “Pensiero Primo”: l’impulso originario e autentico da cui nasce il gesto. In questo Schiaccianoci, ripetizioni, accelerazioni, sospensioni e rotture dinamiche fanno percepire un mondo di stimoli continui, automatismi e identità costruite. Le strutture collettive evocano la simultaneità digitale, mentre le differenze individuali restituiscono l’unicità di ogni interprete. La partitura è rigorosa, ma deve restare organica: la precisione non deve diventare meccanicità e la forma non deve soffocare l’impulso.
In questo allestimento, la danza e l’immaginario digitale convivono sulla scena. Qual è la sfida più stimolante nel far dialogare mondi apparentemente così lontani?
La sfida è trovare un equilibrio autentico, evitando che la tecnologia diventi spettacolo fine a sé stesso o che la danza sia ridotta ad accompagnamento delle immagini. Coreografia, musica di Tchaikovsky, drammaturgia, interpreti e digitale devono comporre un’unica partitura. Ogni scelta tecnologica deve rispondere a una necessità narrativa ed emotiva. Il mio obiettivo è che tradizione e innovazione si trasformino reciprocamente, creando un universo teatrale coerente. In un mondo in cui le immagini possono simulare quasi tutto, il corpo vivo conserva un valore insostituibile: la sua presenza, imperfetta e irripetibile.
In questa rilettura Drosselmeyer è interpretato da Tommaso Stanzani, Clara da Akira Thornton e Fritz/Principe da Alessio Di Traglia: come ha lavorato i ruoli con i danzatori?
Con Akira Thornton, Clara, ho esplorato la fragilità come parte della crescita: il desiderio di scoprire il mondo, il bisogno di essere riconosciuti e la paura di non essere all’altezza. In un’epoca di immagini e giudizi continui, volevo che questi turbamenti emergessero da dettagli autentici — uno sguardo, un’interruzione, un respiro — senza gesti convenzionali. La sua partitura è tecnicamente complessa e richiede precisione, controllo e continuità emotiva. Con Alessio Di Traglia, nel doppio ruolo di Fritz e del Principe, ho lavorato sulla trasformazione del fratello in figura eroica e simbolica. La sfida è unire forza e vulnerabilità, energia e ascolto, con una tecnica precisa e una presenza scenica capace di dare significato al movimento Con Tommaso Stanzani, nel ruolo di Drosselmeyer, il lavoro si è sviluppato soprattutto intorno alla ricerca degli aspetti più segreti e ambigui del personaggio. Drosselmeyer è una figura fondamentale perché si colloca sulla soglia tra realtà e immaginazione, tra ciò che appare e ciò che rimane nascosto. Non volevo che fosse semplicemente il personaggio misterioso che introduce la magia nella vicenda, né una figura rassicurante che accompagna Clara nel suo viaggio. Mi interessava esplorarne le contraddizioni, le intenzioni non immediatamente decifrabili e quella particolare capacità di mettere in movimento il mondo interiore degli altri.
Drosselmeyer conosce qualcosa che Clara ancora non conosce, ma non le offre necessariamente risposte. La conduce piuttosto in una dimensione nella quale le certezze vengono messe in discussione e la realtà può assumere significati diversi. In questa prospettiva, la sua funzione drammaturgica diventa particolarmente attuale: è colui che apre una porta verso l’immaginazione, ma anche colui che espone Clara al rischio di confondere il desiderio con la realtà, la promessa con la verità.
Le parole della Direttrice Artistica della Compagnia del Balletto di Roma, Francesca Magnini:
Lo Schiaccianoci del Balletto di Roma è stato un cult con oltre 120.000 spettatori. Cosa ha spinto la Direzione Artistica a scommettere sul suo ritorno proprio per la stagione 2026/2027?
A vent’anni dal primo debutto e a un decennio esatto dall’ultima rappresentazione, la decisione di riportare in scena Lo Schiaccianoci non risponde soltanto a una ricorrenza celebrativa, ma alla volontà artistica di reinterrogare un vero e proprio patrimonio della Compagnia. Per l’appunto con oltre 120.000 spettatori e 160 recite, questa produzione ha segnato un’epoca per il Balletto di Roma, diventando un punto di riferimento nell’offerta teatrale della Capitale e non solo. La Stagione 2026/2027 è sembrata il momento ideale per compiere un’operazione di sintesi tra storia e futuro: a distanza di vent’anni, la società e le tecnologie sono cambiate radicalmente, e con esse è mutato anche il pubblico. Riportare in scena questo titolo significa mostrare come la grande danza di repertorio sappia trasformarsi nel tempo, offrendo alle nuove generazioni un classico riletto con i codici visivi ed emotivi della loro contemporaneità.
Se nel 2006 il focus tecnologico era la televisione e lo “zapping”, oggi la scena affronta l’intelligenza artificiale e la dipendenza digitale. Nel nuovo allestimento, la tecnologia non è soltanto un elemento scenico, ma diventa parte del racconto. Quale riflessione sul presente desiderate affidare al pubblico, soprattutto alle nuove generazioni?
Nel 2006, la drammaturgia usava il televisore e la frenesia dello zapping per rappresentare la frammentazione dell’attenzione adolescenziale. Oggi quel dispositivo non è più uno schermo esterno, ma una realtà immersiva, uno spazio virtuale continuo e pervasivo alimentato da algoritmi e intelligenze artificiali. Con questo allestimento intendiamo affidare agli spettatori — e in particolare ai più giovani — una riflessione non demonizzante, ma profondamente consapevole sulla tecnologia. Le reti digitali sono straordinari amplificatori di connessione e creatività, ma nascondono l’insidia dell’isolamento emotivo e della dipendenza. Nel viaggio di Clara, il confronto con l’ambiente virtuale diventa una metafora della crescita: in una società che tende a perseguire una perfezione artificiale e algoritmica, lo spettacolo ricorda che l’imperfezione, il dolore, l’errore e la vulnerabilità non sono anomalie da correggere, ma costituiscono la sostanza stessa della nostra umanità.
Riprendere uno spettacolo storico con un nuovo allestimento pone una domanda: come si custodisce l’identità di una produzione senza rinunciare a trasformarla? Qual è stato il vostro punto di equilibrio?
Trovare il punto di equilibrio tra conservazione e innovazione è la sfida principale quando si lavora su un allestimento storico. La nostra scelta è stata quella di partire dall’idea drammaturgica originale di Riccardo Reim e l’impianto coreografico di Mario Piazza, spingendola però verso un’evoluzione naturale che intercetta il presente. L’identità dello spettacolo non viene tradita, ma arricchita da un nuovo snodo narrativo: accanto al tradizionale Schiaccianoci, Clara riceve un secondo dono speciale, un vero e proprio portale d’accesso al mondo tecnologico e alla dimensione virtuale. È questa soglia a innescare il suo viaggio di scoperta e trasformazione. L’evoluzione si riflette così in tutta la messa in scena – con i nuovi costumi disegnati e realizzati da Giuseppina Maurizi e i contributi digitali e d’IA a cura di Alberto Sanseverino – dove l’estetica si sposta verso una visione futuristica e la danza accademica si contamina con i linguaggi della urban dance coreografati da Martina Licciardo. Preservare la memoria di uno spettacolo non significa congelarlo nel tempo, ma permettergli di continuare a evolversi insieme alla società diventando soprattutto un confronto tra passato e presente proiettato nel futuro.
In che modo la produzione riesce a mantenere intatto il fascino e la magia della musica di Čajkovskij facendola convivere con un’ambientazione tecnologica così contemporanea?
La partitura di Čajkovskij possiede una potenza drammaturgica e una ricchezza emotiva universali, capaci di resistere e adattarsi a qualsiasi contesto storico o visuale. Non abbiamo cercato di “ammodernare” la musica o di prevaricarla, ma di farla interagire dialetticamente con l’ambiente scenico. L’architettura tecnologica e le immagini digitali non funzionano come un semplice sfondo decorativo, ma reagiscono alla dinamica musicale: la bellezza e insieme la drammaticità, oltre alla sospensione e alla meraviglia racchiuse nella partitura classica trovano un corrispettivo visivo nelle mutazioni della scena e nelle ramificazioni luminose di una città futuristica. Il contrasto tra il calore orchestrale antico e la freddezza della metropoli cibernetica attuale genera un cortocircuito poetico che amplifica, anziché indebolire, la magia originale della fiaba.