
In occasione dell’anteprima nazionale di Carnaval Vivaldi, andata in scena il 16 luglio nell’ambito del Festival Civitanova Danza, l’intervista alla coreografa Chiara Ameglio offre uno sguardo sul percorso creativo che ha dato vita alla nuova produzione del Balletto di Roma.
Dalla residenza artistica Prove d’Autore del 2024 fino alla creazione dello spettacolo, Ameglio racconta le origini del progetto, nato dall’incontro con la musica di Antonio Vivaldi e sviluppatosi attorno al tema del Carnevale come rito collettivo, metafora della società contemporanea e spazio di libertà. Nell’intervista l’autrice approfondisce il dialogo tra coreografia, drammaturgia e linguaggi scenici, il ruolo simbolico della maschera e la collaborazione con il compositore Luca Salvadori, riflettendo sul valore della ricerca artistica e sul coraggio necessario per creare oggi.
Di seguito, l’intervista a Chiara Ameglio realizzata il giorno 15/07/2026

Il tuo percorso con Balletto di Roma è iniziato con la residenza artistica Prove d’Autore nel 2024 e oggi si traduce in Carnaval Vivaldi, una nuova creazione per la compagnia. Come è nata l’idea di questo lavoro e, nelle tue parole, di che cosa parla Carnaval Vivaldi?
L’idea è nata dalla Follia di Vivaldi, un tema musicale storicamente legato alla tradizione popolare e al Carnevale. Da lì il lavoro si è sviluppato attorno all’esplorazione della “festa dei folli” e dei riti di passaggio. Il Carnevale è un soggetto multiforme che incarna una follia collettiva: è l’esplosione dei nostri istinti più primordiali, un momento in cui la comunità libera ciò che la struttura sociale normalmente reprime e ne ribalta i valori. Carnaval Vivaldi nasce così, tenendo Vivaldi come presenza e guida costante.
Questa esplorazione della follia collettiva sembra parlare, in qualche modo, anche del nostro presente. In che misura il Carnevale è diventato, per te, una metafora della società contemporanea?
Quando creo, mi chiedo sempre quale sia la mia responsabilità verso il pubblico. Il Carnevale apre interrogativi sociali e politici profondi. Anche se oggi il nostro rapporto con la ritualità è indebolito, il suo nucleo ancestrale esiste ancora: è il desiderio di anarchia, la libertà di mostrare la propria ombra e le proprie parti più mostruose. La società teme la libertà perché la considera pericolosa. La tensione tra la libertà individuale e la necessità di regole per far funzionare un sistema ordinato e controllabile è una questione fondamentale e senza tempo. Così come la ricerca del capro espiatorio, centrale nel rito carnevalesco, la denuncia dell’errore e della colpa per purificare la comunità è nello spettacolo portata all’estremo. Lo spettacolo riflette su come la società esprima ancora oggi una spinta violenta verso un nemico possibile, un individuo sacrificabile, capace di alleviare le nostre paure.
Nel tuo lavoro, la coreografia non è mai soltanto movimento, ma costruisce sempre una forte dimensione drammaturgica, visiva e narrativa. Quanto è importante questo dialogo tra teatro e danza nella tua ricerca?
Moltissimo. Formandomi alla Paolo Grassi, ho sviluppato un’attenzione profonda per la drammaturgia del corpo: il movimento stesso e l’energia che lo compone trasmettono già un significato. La mia ricerca punta all’ibridazione dei linguaggi, mantenendo un equilibrio precario, senza che uno tradisca l’altro. Quando collidono, quella tensione arricchisce la scena, rendendola un luogo di vera scrittura e convivenza artistica.
In questa produzione, i costumi e, soprattutto, la maschera sono elementi centrali del linguaggio scenico. Che cosa rappresenta per te la maschera in Carnaval Vivaldi?
La maschera porta con sé un seducente paradosso: copre il volto ma, allo stesso tempo, rivela ciò che nascondiamo ed elimina la “maschera sociale” che indossiamo ogni giorno. È una risorsa che mi affascina perché libera l’interprete e trasforma il suo modo di muoversi e percepire il corpo. Per Carnaval Vivaldi ho creato un “carro carnevalesco” di folli in cui convivono maschere di epoche diverse – da Pulcinella e Arlecchino fino a un giullare medievale – facendo dialogare figure antiche e meno antiche attorno alla stessa ricerca d’identità.
Parlando della musica: Vivaldi rappresenta il fondamento musicale di Carnaval Vivaldi. Ma il dialogo con le composizioni originali di Luca Salvadori sembra aprire una dimensione nuova. In che modo questo incontro ha influenzato la tua immaginazione coreografica?
Lavorare con un compositore dalla forte identità come Luca è stato un confronto intenso. Per evitare la banalità di un Vivaldi scontato, ci siamo concentrati sulla sua travolgente potenza ritmica e sulle sue terzine, che sfiorano quasi la “cassa dritta” della musica contemporanea. La sensibilità di Luca ha poi trasformato questa base, permettendoci di far dialogare la memoria di Vivaldi con la sensibilità del nostro presente.
Ogni tua creazione sembra nascere da una ricerca molto precisa. Esiste, ogni volta, un punto di partenza – un’immagine, una domanda, un’intuizione fisica – oppure ogni processo creativo trova una propria strada diversa?
Ogni progetto ha una sua scintilla. In questo caso il punto di partenza è stato musicale, ma anche la sfida fisica di scardinare il virtuosismo classico del Balletto di Roma per portarlo verso nuovi linguaggi. In generale, ciò che unisce tutti i miei lavori è il desiderio di illuminare l’angolo più buio: mostrare le paure, gli errori e ciò che normalmente preferiamo ignorare, perché è proprio lì che possiamo riconoscerci e ritrovare la nostra umanità. In Carnaval Vivaldi, questo sguardo si confronta anche con la nostra finitezza: il Carnevale, nelle sue forme più antiche, è un rito di passaggio che porta con sé un monito per l’umanità, quello della comune mortalità. È qui che si rivela una condizione di radicale uguaglianza.
Che cosa cerchi oggi nella danza contemporanea, sia come artista sia come spettatrice? C’è qualcosa che senti mancare e che invece vorresti vedere emergere sempre di più?
Mi auguro che l’intero sistema della danza – artisti, produttori e programmatori – possa continuare a coltivare il coraggio di rischiare. Lasciare che l’innovazione abbia spazio per trovare strade nuove per dialogare con il presente e, al tempo stesso, soluzioni sorprendenti per negoziare con le logiche del mercato. Significa superare le mode e persino accettare l’errore, lo spettacolo meno riuscito. L’arte deve difendere uno spazio di libertà e abitare l’incertezza: è lì che risiede la sua vera forza.